|
Nel duecento la famiglia Pisani aveva le sue
case in parrocchia di S.Simeone, dove si
venerano le reliquie di S.Ermolao. Da qui la
venerazione dei Pisani per questo santo, e la
decisione di imporre il suo nome - Almorò in
dialetto veneto - ai rampolli maschi. Ricchi fin
dal trecento per la mercatura e per le proprietà
immobiliari, i Pisani ebbero ben presto case e
palazzi in vari luoghi di Venezia.
Con l'andar del tempo, parte
della famiglia andò ad abitare a S.Samuele,
altri a S.Tomà (i Pisani Moretta) altri ancora a
S.Maria del Giglio (i Pisani "dal Banco") da cui
vennero i due cardinali Francesco (1517) ed
Alvise (1565). Verso la fine del '500, un Alvise,
figlio di Marcantonio, si staccò dal ramo di
S.Maria del Giglio e fece costruire a S.Vidal il
suo palazzo sull'area di una casa ereditata e di
altre appositamente comprate. Il palazzo fu
costruito nel primo ventennio del '600, ma
Alvise non potè fare in tempo a goderne, essendo
morto pazzo nel 1622.
Tra i suoi
discendenti, non pochi si distinsero nella vita
politica della Repubblica, ed ottennero cospicui
onori. Un nipote del fondatore del palazzo,
anche lui di nome Alvise (1618-1679) fu eletto
Procuratore di S.Marco de Supra, e fu amatore di
cose d'arte. Il fratello di costui, Almorò
(1615-1682) venne eletto Procuratore de Ultra
nel 1656, e, unico proprietario del palazzo,
lasciò tutto il patrimonio inalienabile alla
primogenitura maschile, con l'obbligo di
chiamarsi col suo nome e di essere abile al
Maggior Consiglio. Nel 1691, anche suo
figlio Alvise Vitale fu insignito della dignità
procuratoria. Chi si dedicò ad ingrandire il
palazzo fu comunque l'Almorò (1660-1744) che nei
primi due decenni del '700 fece sopraelevare
l'edificio accogliendo il progetto
dell'architetto Girolamo Frigimelica, che diede
anche il primo progetto per la villa di Stra. Un
suo fratello, Andrea (1662-1718) giunse a
diventare capitano generale da mar, morendo,
dopo aver inflitto notevoli sconfitte ai turchi,
nello scoppio della polveriera della fortezza di
Corfù. Il più celebre dei fratelli fu certamente
Alvise (1664-1741) che era stato ambasciatore
presso Luigi XIV e presso Anna d'Inghilterra,
eletto prima Procuratore di S.Marco de Citra e
quindi, nel 1735, Doge di Venezia. Dei
discendenti, Alvise (1754-1808) fece fare grandi
lavori di abbellimento del palazzo al tempo
delle nozze con Giustiniana Pisani di S.Maria
del Giglio che gli portò in dote i ragguardevoli
beni di quel ramo che con lei si estinse. Prima
di sposarsi, Alvise aveva viaggiato per due anni
attraverso l'Europa, giungendo fino in Svezia.
Aderì alla Libera Muratoria, raggiungendovi il
secondo grado. Rappresentò Venezia come
ambasciatore a Madrid e Parigi, da cui passò
successivamente a Londra dove rimase fino al
1795. Tornato a Venezia, assunse la carica di
Procuratore di S.Marco, ed alla caduta della
Repubblica fece parte della Municipalità
provvisoria, cosa che non gli fu mai perdonata
dal patriziato. Alla fine venne nominato
presidente dell'Accademia di Belle Arti, morendo
l'anno dopo. Anche il fratello Francesco
(1759-1836) ebbe notevoli incarichi politici,
subentrando ad Alvise nell'ambasceria a Madrid.
I due fratelli non seppero mai contenere le
spese, ed anche per la passione del gioco di
Alvise, si trovarono oberati di debiti, tanto da
essere costretti a vendere a Napoleone nel 1807
la villa di Stra. Nel 1809 Francesco e l'erede
di Alvise (anche lui di nome Francesco) si
spartirono tutti i beni indivisi, compresi il
palazzo e le opere d'arte in esso contenute. Ben
presto anche l'edificio cominciò ad essere
venduto a lotti, finchè, morto lo zio, a
Francesco non rimase che la parte più antica,
quella verso palazzo Morosini, mentre il resto
veniva venduto all'asta.
Nel corso dell'800, se ne
andarono tutte le opere d'arte che trovarono un
acquirente, finchè nel 1897 il Comune acquistò
per 70.000 lire la parte più recente del palazzo
per farne sede del Liceo civico musicale; nel
1907 il Comune acquisì altri locali, fino ad
entrare in possesso di tutto intera la
costruzione nel 1921.L'acquisto da parte del
Comune permise di arrestare la fuga delle opere
d'arte, ma l'edificio continuò fino al 1940 ad
ospitare una trentina di alloggi in affitto. |